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Il mio vicino Totoro: origini ed eredità del più tenero film Ghibli

Il mio vicino Totoro è ora disponibile su Netflix: riscopriamo questa magica ed incantevole avventura, in grado di ammaliare grandi e piccini.

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Attenzione: all'interno dell'articolo sono presenti spoiler legati alle vicende narrate in Il mio vicino Totoro.

Nella primavera del 1988, lo Studio Ghibli approdava nelle sale cinematografiche dell'intero Giappone non con uno, ma con due differenti lungometraggi animati, ognuno dei quali diretto da uno dei suoi grandi fondatori. Le pellicole, pur essendo state sviluppate in parallelo grazie ad un colossale sforzo produttivo interno alla compagnia, non potevano essere più differenti. Isao Takahata, con il suo La tomba delle lucciole, portava sul grande schermo le atrocità del secondo conflitto mondiale, vissute dallo spettatore tramite gli occhi di Seita e Satsuko, due giovani fratelli residenti nella città giapponese di Kobe. Hayao Miyazaki, dopo le grandi avventure, gli inseguimenti rocamboleschi ed il simbolismo di Laputa Il castello nel cielo, tornava invece negli studi di animazione Ghibli per raccontare una storia dalle tinte delicate e fatate: Il mio vicino Totoro.

Una storia di tenerezza e magia, a cavallo tra realtà e fantasia

Il mio vicino Totoro è un omaggio alla magia dell'infanzia, alla potenza della fantasia ed alla curiosità nei confronti del mondo che ci circonda. Non ci sono villain, non ci sono regni leggendari e non ci sono nemmeno armi dal potenziale distruttivo: l'intera narrazione ruota attorno ad un'avventura vissuta appena oltre la soglia di casa, in un Giappone rurale a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Satsuki e Mei, due sorelline di undici e quattro anni, si trasferiscono con il padre in una diroccata ma affascinante dimora di campagna, circondata da una fitta e lussureggiante foresta dominata da un gigantesco albero di canfora. L'uomo è solare ed amorevole, ma spesso distratto ed assorbito dal proprio lavoro in un'università locale. La madre è invece assente, costretta in ospedale da una malattia misteriosa, che resterà innominata per l'intera durata del film. Il contesto famigliare spingerà Satsuki, sorella maggiore, a crescere rapidamente, trasformando la giovane in una ragazza giudiziosa ed affidabile, pronta a prendersi cura sia del padre sia della piccola Mei. Nonostante questo, la bambina non perderà la capacità di guardare con costante stupore e meraviglia al mondo che la circonda, finendo per diventare protagonista, insieme alla sorellina, di una fiaba senza tempo e dal linguaggio universale.

Nei dintorni della casa, si celano infatti bizzarre creature fatate: negli angoli più oscuri si nascondono i tenerissimi Nerini del Buio (o "corrifuliggine"), mentre il bosco è la dimora di piccoli spiritelli golosi di ghiande, di un Gatto che in verità è un autobus e, ovviamente, del grande "Totoro".

Un po' panda, un po' procione, un po' guardiano della foresta: Miyazaki non svelerà mai al pubblico la reale natura di questo magico abitante del bosco. Persino il suo vero nome è incerto: le bimbe battezzeranno come Totoro il residente dell'albero di canfora, semplicemente perché ispirate da un libro illustrato.

Completamente invisibili agli occhi degli adulti, troppo impegnati nell'affrontare le piccole e grandi difficoltà della vita quotidiana, gli abitanti della foresta si paleseranno invece più volte a Satsuki e Mei, pronte ad offrire loro un supporto nei momenti di maggiore solitudine o difficoltà. In una notte buia ed umida di una pioggia battente, in cui le bimbe attendono ansiose il rientro del padre presso la fermata dell'autobus, Totoro appare al loro fianco, in una delle scene più iconiche dell'animazione a firma Ghibli, e non solo.

Allo stesso modo, quando un peggioramento nelle condizioni di salute della madre causa un'improvvisa fuga di Mei in direzione dell'ospedale, facendo temere per le sorti di entrambe, la magia dei boschi giungerà in soccorso di una disperata Satsuki. Il Gattobus, adornato di topi-fanale, accoglierà a bordo la ragazza, e, fissata "Mei" come destinazione della corsa, farà ricongiungere le due sorelle. Scampato il pericolo, i titoli di coda ci regaleranno un lieto fine anche per la madre delle ragazze.

I confini della narrazione sono volutamente vaghi: Miyazaki non inserì in Il mio vicino Totoro alcun riferimento geografico o temporale, per consentire ai piccoli spettatori una maggiore immedesimazione. In seguito all'affermarsi dello Studio Ghibli, tuttavia, il regista è stato spesso interrogato sulla natura dei luoghi e delle idee che hanno ispirato la nascita della pellicola. Dettaglio interessante, l'autore Ghibli ha in queste occasioni rivelato che la prima scena ad essere apparsa nei suoi pensieri è stata proprio quella di Totoro, Satsuki e Mei che attendono insieme alla fermata dell'autobus.

L'ambientazione del lungometraggio rievoca invece l'area di Tokorozawa, nella Prefettura di Saitama, una zona non troppo distante da Tokyo. Miyazaki aveva vissuto in quest'area rurale nel corso degli anni Sessanta, in compagnia della moglie, ed ha voluto ricreare l'atmosfera di quei tempi all'interno de Il mio vicino Totoro. Per lavorare al film, il regista ha fatto ritorno in quei luoghi insieme ad altri membri del team creativo Ghibli, restando tuttavia profondamente deluso e ferito dalla crescente urbanizzazione dell'area.

Nel lungometraggio possiamo trovare un altro riferimento autobiografico: anche la madre del regista, così come quella di Mei e Satsuki, è infatti stata colpita dalla malattia durante l'infanzia di Miyazaki. La donna soffriva di tubercolosi ed era stata dunque ricoverata: in effetti, la struttura presso la quale troviamo la mamma delle due bimbe è modellata sull'Ospedale Shin Yamanote, dove era stata curata la stessa madre del regista.

L'eredità di Totoro: la mascotte Ghibli, tra aree protette e pop-culture

Nonostante un deludente esordio commerciale nelle sale cinematografiche nipponiche, Il mio vicino Totoro risulterà un'opera centrale nella storia dello Studio Ghibli. Il design semplice ma accattivante elaborato da Miyazaki per la magica creatura incontrata da Satsuki e Mei era infatti destinato a diventare uno dei pilastri della stabilità economica della casa di produzione giapponese. Un lungimirante produttore di peluche intravide il potenziale commerciale di Totoro e, contattato lo Studio Ghibli, cercò di convincerne la dirigenza ad avviare la produzione di una linea di prodotti a tema.

Inizialmente scettici, i vertici della compagnia finirono per cedere alle insistenti richieste: due anni dopo la distribuzione de Il mio vicino Totoro nelle sale cinematografiche, il bizzarro abitante della foresta dipinta dal team di Miyazaki diventava un peluche. Il successo fu tale da consentire allo studio di rientrare di parte delle spese sostenute per la realizzazione dei precedenti lungometraggi animati, andando a costituire una fonte di entrate di rilievo per i bilanci dello Studio Ghibli. Questo speciale ruolo valse a Totoro la sua "promozione" a mascotte dello studio di animazione, di cui divenne in breve tempo il simbolo indiscusso.

Ma la pellicola firmata da Miyazaki ebbe anche un ulteriore effetto di lungo periodo che non era stato affatto previsto dal regista durante i lavori sul film. Il crescente amore del grande pubblico nei confronti di Totoro spinse infatti molti giapponesi ad interessarsi ai luoghi che avevano ispirato la creazione del lungometraggio. Proprio con l'obiettivo di preservare la bellezza e la natura dell'area di Sayama, nei pressi di Tokorozawa, nasceva nel 1990 la Fondazione Totoro. Grazie all'opera di cinque finanziatori iniziali, tra i quali figurava lo stesso Miyazaki, l'ente riuscì a raccogliere un'ingente quantità di donazioni, con le quali diede il via ad un progressivo processo di acquisto di terreni nella zona, minacciata da un crescente sviluppo edilizio.

Nasceva in questo modo la "Foresta di Totoro", un'area naturalistica incontaminata che oggi si estende per oltre 3.500 ettari. Il luogo rappresenta una meta turistica per tutti gli amanti della natura e del film Ghibli, che possono dedicarsi in libertà all'esplorazione di sentieri di diversa lunghezza e difficoltà, godendosi la vista sul vicino lago Sayama. Nella vegetazione, della quale fanno parte diversi arbusti che crescono esclusivamente in Giappone, è possibile avvistare antichi templi e santuari. Nel cuore della foresta è inoltre presente, doveroso omaggio, una statua a grandezza naturale di Totoro, circondato dai fedeli Nerini del Buio. Il tutto incastonato nella Casa di Kurosuke, un'antica dimora risalente all'epoca Showa.

Il quarto lungometraggio di Miyazaki si è inoltre nel tempo trasformato in un vero e proprio classico dell'animazione, omaggiato da una vasta selezione di altri autori, attivi nei più disparati campi dell'arte e dell'intrattenimento. Ne è una dimostrazione il cameo di Totoro in persona in Toy Story 3. Degni di nota sono inoltre i riferimenti presenti ne I Simpson. In una delle innumerevoli puntate della serie animata, Homer si ritrova infatti ad esplorare un luogo ispirato a La città Incantata ed ai film Ghibli in generale, incluso, ovviamente, Il mio vicino Totoro. Ma troviamo citazioni alla creazione di Hayao Miyazaki anche al di fuori dell'industria dell'animazione.

Nel mondo dei videogame, ad esempio, possiamo ricordare l'acclamato Persona 5 di Atlus, ambientato a Tokyo. Come sicuramente ricorderanno coloro che hanno giocato il JRPG, quando si trova nell'area nota come "Mementos", luogo influenzato dalle percezioni della locale comunità umana, il gatto Morgana si trasforma in un bus. Sorpresi, i Phantom Thieves, suoi compagni d'avventura, chiedono una spiegazione. Ebbene, ecco la risposta: "Per qualche ragione, 'gatti che si trasformano in bus' è una conoscenza molto diffusa nell'opinione pubblica". Notate qualche riferimento? Infine, possiamo ritrovare Totoro persino nel campo della musica contemporanea. Il nostrano Caparezza lo cita infatti in Prosopagnosia, una delle tracce del suo settimo album in studio, Prisoner 709.

Il mio vicino Totoro Nonostante il deludente risultato commerciale iniziale, Il mio vicino Totoro è diventato nel tempo una delle produzioni più note dello Studio Ghibli, oltre che un caposaldo dell'animazione mondiale. Un racconto fiabesco, accompagnato, ancora una volta, da un'iconica colonna sonora composta da Joe Hisaishi. Nella sua semplicità, il film riesce egregiamente in quello che dovrebbe essere l'obbiettivo di ogni eccellente film d'animazione dedicato ai più piccoli: stimolare la capacità di sognare ad occhi aperti, supportando al contempo l'apprendimento di valori essenziali come il rispetto dell'ambiente e l'importanza dell'amicizia e dei legami famigliari. Una pellicola ora disponibile anche su Netflix, che non mancherà di affascinare i giovanissimi e che al contempo riporterà alla mente dei più grandi la nostalgia di quei giorni in cui negli angoli bui della propria casa potevano celarsi i Nerini del Buio, mentre la natura circostante era uno scenario capace di fare da sfondo ad avventure invisibili agli occhi degli adulti.