Leiji Matsumoto si racconta a Lucca Comics 2018: 'Siamo fatti per vivere'

Il maestro del fumetto e dell'animazione nipponica si è raccontato a Lucca Comics & Games 2018: tra vissuto, esperienza e filosofia di vita.

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Sguardo fiero e impassibile, un incedere orgoglioso che non tradisce la sua veneranda età, un portamento composto, scandito da profondi inchini come solo i più grandi maestri sanno fare. Leiji Matsumoto sembra uno di quegli antichi sensei samurai del cinema nipponico sfoggiando quella sua chioma bianca sotto la bandana che porta in testa. Quando è entrato nella Sala Oro dell'Area Stampa di Lucca Comics & Games 2018, pronto a concedere un'ora del suo tempo ai giornalisti presenti per la sua conferenza, Matsumoto ha portato con sé un'aura di sacralità e rispetto. Cos'è un'ora, in fondo, rispetto al tempo immortale di cui sono destinate a vivere le sue opere? Il leggendario creatore di Capitan Harlock, Galaxy Express 999, Corazzata Spaziale Yamato e tanti altri cult del fumetto e dell'animazione nipponica ha scelto di raccontarsi durante il Press Cafè della kermesse toscana nel modo più intimo e trasparente possibile. Il suo vissuto, la sua esperienza che pesa come un macigno, sono scorsi nell'arco di 60 minuti come un fiume in piena. Investendoci di sapere, di messaggi, di consigli e di valori.

Il sogno di Leiji

Quando sei un gigante, a volte, non ti rendi conto di quanto sia profondo il solco dell'eredità che lasci dietro l'incedere dei tuoi passi, così pesanti nel ciclone di cui oggi fa parte la cultura pop ma soprattutto così preziosi. Neanche un maestro saggio come Leiji Matsumoto è in grado di dare una risposta specifica a cosa si prova nell'ispirare generazioni sempre nuove, né a come si fa a mantenere una qualità così alta: "In realtà anch'io ho fatto tanti errori. Però ho sempre pensato di disegnare ciò che mi piaceva, studiando molto la storia dell'Europa. Già dalla scuola elementare, e più tardi verso le medie, leggevo molte riviste e sognavo ciò che avevo visto al loro interno. Poi le mettevo nei miei disegni: sognavo i luoghi europei e la storia che avevo conosciuto. Ho semplicemente rimesso su carta ciò che ho sempre desiderato fare". Ed è così che il sensei lavora da diversi decenni: guardando sempre avanti, senza fermarsi mai. E senza avere la voglia di farlo. Ancora oggi, a tanti anni di distanza dall'esordio delle sue creature più influenti, le tracce di opere come Capitan Harlock e Galaxy Express 999 si fanno trovare nelle mostre e durante gli eventi più acclamati in patria. Una pagina meravigliosa dell'entertainment non solo nipponico, ma mondiale, su cui Leiji-sama non ha alcuna intenzione di mettere un punto. Ha detto, alludendo a quel 999 che accompagna la "vecchia ferraglia" chiamata Galaxy Express come un voluto e ponderato senso di incompiutezza, che non vuole chiudere un cerchio arrivando alla cifra tonda del mille: "Tutte le storie che ho fatto sono come un viaggio che non finisce mai: Harlock, Galaxy Express... fanno parte di un puzzle, un'unica storia di cui non ho intenzione di scrivere il finale. Vorrei che continuasse per l'eternità, anche perché scrivere dello spazio è come imparare dai miei stessi disegni. È un processo che non voglio interrompere".

Nelle opere principali del maestro si riconoscono tanti generi che si amalgamano sapientemente tra loro: la pirateria ha incontrato la fantascienza in un'età dell'oro in cui le Guerre Stellari impazzavano sul grande schermo e nell'immaginario dei fan, eppure nella poetica dell'autore batte da sempre un cuore pulsante, logoro e impolverito, chiamato Western, esploso totalmente in una storia fatta di redenzione e ricerca chiamata Gun Frontier:

"Da bambino guardavo molto i film americani, non solo i western, e anche gli spaghetti western, sì. Anche queste cose le sognavo da bambino e mi hanno dato ispirazione. Amavo molto anche le pistole, che collezionavo e ho riproposto nelle mie opere. Se c'è una cosa che amo dei film italiani è la parte romantica, altro elemento che si trova nei miei lavori. Arrivato alle superiori, insomma, avevo già guardato tantissimo!". Anche con l'avanzare dell'età, Matsumoto non è cambiato. Non è cambiato il suo approccio all'arte, né la poetica che regola le sue opere. Cambiano ogni volta, però, gli occhi con cui guarda il mondo, con cui si rapporta al suo fandom. Occhi che hanno vissuto un'infanzia difficile e una gioventù passata all'ombra di una guerra che ha piegato in due il Giappone. Che ha spezzato gli animi e i cuori del suo popolo. Ma che ha anche spinto il sensei e i suoi compatrioti a rialzarsi e a combattere l'odio, la violenza e il razzismo: "Ho sempre scritto le mie opere per le persone che le leggono: in un certo senso mi immedesimo anche nei miei lettori. Metto su carta le mie idee e i miei pensieri. Molti artisti vanno avanti con le loro idee e scrivono le cose come le hanno sempre pensate, per me invece è un processo inverso e bilaterale: è un venirsi incontro tra autore e lettore, influenzandosi a vicenda. Non è tanto il problema che il mondo sia cambiato o no. Io cerco di mandare un messaggio globale di pace: il mondo non deve vivere di bandiere, che non devono influenzare i popoli. Non devono esistere differenze di religione, di razza o di etnia. Dobbiamo unirci e imparare da ciò che abbiamo vissuto nella storia. Dobbiamo proteggerci a vicenda, diventare una popolazione unica: basta litigare tra di noi, ma stiamo insieme come popolo e proteggiamo la Terra, l'ambiente che ci circonda. Quando scrivo cerco di trasmettere questi valori, cosicché tutti possano andare d'accordo e lavorare per un futuro insieme. Non voglio parlare di cambiamenti tra le persone". Un messaggio, questo, che ha determinato l'iter tematico e concettuale di tutto il discorso che il sensei ha voluto condurre con la stampa italiana di Lucca Comics & Games 2018.

Se Phantom Harlock diceva che chi continua a credere nei propri sogni non vivrà un'esistenza vana, allo stesso modo il sensei crede che i giovani non debbano vergognarsi di piangere, quanto piuttosto di arrendersi di fronte alle avversità: un inno alla positività e alla determinazione, un sussurro che fuoriesce dalle labbra del maestro e che si abbatte come un grido possente sulla platea. "Tenetevi stretti i vostri sogni. Sono quelli che vi porteranno ad avere un futuro migliore. Credeteci e portateli avanti, perché siamo nati per vivere, non per morire. Bisogna pensare che domani ci sarà qualcosa di positivo, che ci farà rialzare. Il mio pensiero non è mai cambiato: è un messaggio di speranza e coraggio, anche se oggi hai subito una sconfitta domani ti rialzi e combatti, arrivando al tuo obiettivo".

Treni, donne e padri

E poco importa se il messaggio di Leiji Matsumoto al suo pubblico passa per lavori che portano sulle proprie spalle il peso dei loro quarant'anni. Sono opere, come già detto, investite di un'aura di sacralità immortale, la stessa che permea l'insegnamento del creatore. Poco importa se si parla di un futuro remoto o di un'epoca passata: tutto, nella poetica del maestro, passa per un profondo sguardo sul proprio vissuto: ogni dettaglio o personaggio porta con sé una storia fatta di persone ed eventi reali. Anche nel caso di un "ferro vecchio" come il Galaxy Express: "Disegnavo quei treni perché erano quelli che vedevo e prendevo da ragazzo a 18 anni. Vivevo nel Kyushu e fanno parte della mia esperienza personale. Avevo presto questo treno a 18 anni ma non potevo prenderne molti, perché la mia famiglia era molto povera. Vedevo questi mezzi principalmente sulle riviste: a tal proposito, quando cercavo di diventare un professionista, mandavo i miei disegni alle case editrici di Tokyo, ma non avevo i soldi per comprare il biglietto. Racimolai tutto ciò che avevo messo da parte e riuscii ad acquistare un biglietto di sola andata. Per me, quello, fu il viaggio della vita. Le cose reali fanno parte della mia esperienza personale. Ho disegnato tanti Paesi perché ho viaggiato tanto, sono stato anche in Africa. Tutta l'esperienza che ho fatto è l'ho riversata nei miei disegni su carta. Il modello del Galaxy Express 999 è il C-62, ed era quello che da Kyushu portava a Tokyo... ci metteva 24 ore". Diverso, ma ugualmente empirico, il discorso sulla Corazzata Spaziale Yamato: un vecchio cimelio di guerra che, dai mari nipponici, è volato nello spazio disegnato dal sensei: "Quando mi hanno chiesto di fare la serie animata ero abbastanza preoccupato, perché non sapevo come svilupparla. Ma è anche vero che, per me, è stata una grande opportunità per iniziare a lavorare sugli anime. Al tempo stesso, però, volevo iniziare a lavorare sullo spazio, quindi ho preso a modello la nave chiamata Corazzata Yamato, realmente esistita durante la grande guerra anche se portava un nome diverso.
Ovviamente, ho rivisto il suo design per renderla un'astronave piuttosto che un'imbarcazione! I personaggi, tra l'altro, sono ispirati a persone realmente esistenti: il capitano della nave è stato modellato sull'aspetto e sul carattere di mio padre, il personaggio Susumo invece l'ho disegnato pensando a mio fratello minore. Tutto nasce dalle mie idee, dai miei sogni, come dicevo prima, ma anche da persone reali
".

E ancora, anche la rappresentazione delle figure femminili all'interno della summa stilistica di Matsumoto ha una storia tutta da raccontare. Le donne disegnate dal maestro sono eteree, misteriose, senza tempo. Eppure anche così forti e determinate, portatrici a loro volta di messaggi e valori al fianco dei protagonisti.

"Nella prima opera che disegnai, mi accorsi che non stavo disegnando bene i personaggi femminili. Mi sono impegnato nel realizzarli meglio, e poi mi sono accorto che la cosa veniva da sé, era già nel mio DNA. C'era una donna di origine europea e mi resi conto, ancora prima di vederla, di riuscire a rappresentarla. Quando passai vicino a un'abitazione, in cui scorsi delle fotografie che ritraevano donne europee, realizzai di averle disegnate prima ancora di vederle! Probabilmente è stata la conoscenza dei miei antenati con il popolo europeo, che mi ha ispirato. Ho anche tratto ispirazione da un film francese intitolato ‘Marianne della giovinezza', la cui protagonista mi ha stregato. Era una studentessa di arte svizzera. Ho attinto anche da film italiani, ma mi sono accorto di disegnarle in quel modo semplicemente perché dovevo farlo". Matsumoto-sensei ha guardato le stragi di Hiroshima e Nagasaki con occhi tragicamente vicini, doloranti e inumiditi dalle perdite subite in quei giorni terribili. Momenti che lo hanno portato a elaborare il suo messaggio di pace e positività: "Mi piace abbracciare la filosofia dei samurai. Non scappare mai, scegliere la propria strada e non mollare nei momenti di sconfitta. Da bambino ci sono stati dei momenti duri, in cui venivo rimproverato dai miei, ma non ho mai mollato. Ricordo quando vennero sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Io sono del Kyushu, la regione in cui si trovava Nagasaki. La mia città era stata designata per sganciare le bombe, ma a causa di condizioni atmosferiche non favorevoli gli americani decisero di cambiare zona. Per questo mi reputo un sopravvissuto, così come i ragazzi che vivevano vicino a me. Abitando lì, però, ho conosciuto amici e parenti che sono morti a causa delle esplosioni e delle radiazioni negli anni successivi. Ho vissuto la storia, il dolore e la sofferenza. L'esperienza che ho maturato mi ha permesso di mettere su carta questo messaggio e la filosofia che porta. Credo sia giusto farlo. Un'altra grande fonte di ispirazione, per me, è nel film "via col vento", quando il personaggio di Scarlet O'Hara urla ‘Non avrò più fame'. Andai a vederlo al cinema a 9 anni: è un messaggio che mi è rimasto impresso e che ha plasmato la mia filosofia, mi ha portato a pensare a mia volta ‘non mollerò, non avrò più fame'. Ho attinto tantissimo da film americani, italiani, francesi, ma anche da maestri come Miyamoto Musashi".

La carriera di Leiji si snoda in due crocevia importanti: la gioventù, passata all'insegna del realizzare manga, e l'età adulta, in cui è avvenuto lo sbarco nel mondo dell'animazione. E nel mezzo, sempre lei: la Seconda Guerra Mondiale. C'è un prima e un dopo, che ha pesato nel suo animo e si è riflettuto nella visione artistica: "Quando ho iniziato a scrivere manga avevo 15 anni, quando ho fatto il mio primo anime ne avevo 36. Non solo ero un adulto, ma avevo anche vissuto la guerra. Volevo quindi scrivere opere che trasmettessero speranza. Il mio motto è: ‘siamo nati per vivere, qualunque cosa succeda io non mollerò mai'. All'epoca era anche il motto della società giapponese: il boom economico post-guerra derivò anche dal tanto lavoro e dal sostenersi a vicenda. Nel mio cuore ho sempre avuto l'idea di non tradire i miei amici: io sostenevo loro e loro sostenevano me, così come tutto il popolo nipponico. Questo atteggiamento l'ho sempre avuto anche da bambino e mi ha sempre influenzato".

Nell'operato artistico di Matsumoto, così come nel suo bagaglio morale, c'è solo e grande faro, una figura che l'ha accompagnato nel suo processo di maturazione e che l'ha guidato nell'elaborazione del dolore: suo padre. Un uomo che la guerra l'ha vissuta sulla propria pelle, e che ne ha portato le ferite nel proprio animo anche quando è tornato dai suoi cari: "Mio padre è stato un pilota durante la Seconda Guerra Mondiale e ha volato con i francesi. Lui è tornato dalla guerra, ma tre quarti dei suoi amici non lo ha fatto. Ed è tornato cambiato, perché molte persone accanto a lui non vedevano i propri mariti e figli tornare. Lo ha fatto con il messaggio che vi ho dato oggi: siamo fatti per vivere, non per morire. La guerra non deve assolutamente ripetersi. I valori che vi ho raccontato vengono da mio padre: quando da ragazzino mi sentivo solo o triste, mio padre mi spronava. Mi incitava a rialzarmi e combattere. Pensando a lui, ho elaborato una figura paterna che si ritrova nel personaggio del capitano della Corazzata Yamato. Se c'è una persona da cui ho preso ispirazione per il mio messaggio, quella persona è mio padre". Dopo aver zittito la platea al suo ingresso e averla commossa coi suoi racconti, Leiji Matsumoto s'è alzato ed è andato via nello stesso modo in cui è entrato in sala: il passo deciso, l'inchino di commiato, il sorriso caldo e rassicurante. Questa volta, però, l'ha fatto accompagnato da uno scroscio di applausi: un suono che, al suo passaggio, merita di riecheggiare nel tempo, attraversando la Terra e lo spazio infinito che egli stesso ha contribuito a plasmare.