Made in Abyss: il viaggio al centro della Terra di Akihito Tsukushi

Akihito Tsukushi ci porta in un Abisso senza fine, alla scoperta delle meraviglie e dei pericoli celati nelle profondità della Terra.

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Akihito Tsukushi diede vita a Made in Abyss sulle pagine digitali del sito Manga Life Win, edito Takeshobo, nel 2012. Da allora il sensei ha pubblicato finora 7 volumi dell'opera, tuttora in corso e portata in Italia da J-POP Manga. Made in Abyss ha riscosso sin da subito un successo notevole: dalle pagine cartacee si è passati ad un popolare adattamento anime, con una serie TV premiata da Crunchyroll come miglior prodotto televisivo giapponese del 2017. In seguito furono realizzati due film riassuntivi e, complice la lentezza nella pubblicazione di nuovi capitoli, si è poi deciso che la trama sarebbe proseguita in un terzo lungometraggio, che vedrà la luce in terra nipponica all'inizio del 2020. Intanto, grazie a J-POP, abbiamo letto i primi sette volumi del manga: addentriamoci nell'Abisso insieme a Riko, Reg, Nanachi e a tutto il pittoresco cast di un'opera molto particolare.

Sognando l'Abisso

La città di Orth sorge sull'orlo di un'immensa voragine: l'Abisso. Questo gigantesco pozzo senza fine è diviso in vari strati, e nel corso della storia sono stati molti gli esploratori che hanno avuto il coraggio di avventurarvisi. Solo i più temerari ed esperti, però, si sono spinti fino al fondo senza mai tornare, mentre i viaggiatori alle prime armi hanno il divieto assoluto di scendere oltre un punto specifico. La società divide gli esploratori in una gerarchia ben precisa: ogni gruppo ha un fischietto di una certa forma e colore, e finora solo pochi leggendari fischietti bianchi sono sopravvissuti alle zone più basse dell'Abisso per raccontarlo.

Riko, protagonista della nostra storia, guarda l'Abisso con occhi sognanti e, forte del suo umile fischietto rosso, trascorre le giornate recuperando ciarpame tra i cimeli meno preziosi, posizionati negli strati più alti della voragine. Riko, orfana di entrambi i genitori, vive in un orfanotrofio all'ombra della leggenda di sua madre, Lyza, un'indomita esploratrice dal fischietto bianco che da anni risulta dispersa sul fondale dell'Abisso - e, di conseguenza, viene data per morta.

Un giorno, mentre è intenta nella sua solita operazione di ricerca di cianfrusaglie, la protagonista viene attaccata da una creatura, ma viene poi tratta in salvo da un misterioso ragazzo dal corpo robotico che non ha mai visto prima. Il giovane, privo di memoria, viene portato da Riko all'orfanotrofio: la bimba gli dà il nome "Reg" e cerca di studiare a fondo la sua anatomia, poiché è molto probabile che Reg provenga proprio dall'Abisso. L'avventura dei due piccoli eroi inizia quando, di ritorno da una spedizione, un gruppo di fischietti bianchi recapita a Riko un messaggio che sembra appartenere a sua madre: nel fondo dell'Abisso attendo.

Contravvenendo alle regole della sua comunità, Riko decide di iniziare un pericoloso viaggio di discesa nell'Abisso, convinta che sua madre sia sopravvissuta e che l'attenda nelle profondità. La sua epopea inizia proprio con Reg, i cui segreti verranno a poco a poco svelati nel corso dei tankobon che compongono l'opera.
Sin dall'inizio del racconto, Akihito Tsukushi compone un mosaico di personaggi e scenari ben caratterizzati, imbastendo una sceneggiatura fatta di colpi di scena, figure carismatiche e una scrittura molto più matura di quanto potrebbe apparire di primo acchito.

A differenza della sua componente grafica, estremamente dolce e delicata, quasi a livello di un design chibi, i temi affrontati da Made in Abyss sono estremamente impegnati: ci troviamo di fronte ad un seinen puro, perlopiù atipico visto il contrasto tra la semplicità e il candore dei suoi protagonisti e la messa in scena violenta, ai limiti del gore. Ed è proprio questo il principale fascino di Made in Abyss: un lavoro visivamente sontuoso e sui generis, che sin dalle prime pagine non teme di mettere in bilico l'incolumità degli attori in gioco. Ed è un dualismo voluto, quello tra il focus narrativo incentrato sui bambini e i pericoli violenti che si annidano in ciascuno strato dell'Abisso.

Come proprio l'autore ci ha confermato di recente, in occasione del suo soggiorno al Napoli Comicon 2019, i bambini sono creature innocenti e indifese per antonomasia ed è assai più difficile per loro difendersi dai mostri rispetto a un adulto. Nel corso dell'avventura, poi, Riko e Reg incontrano comprimari di grande spessore sul proprio cammino: figure inquietanti e fascinose, entrate a loro volta nel cuore del pubblico. È il caso di Nanachi o Prushka, personalità estremamente emblematiche e rappresentative di questo dictat. Dolcissime e tenere nell'aspetto, ma caratterizzate da un background oscuro e doloroso.

Un dolce inferno

Di pari passo con l'ottima introspezione dei suoi bizzarri protagonisti, Tsukushi merita una menzion d'onore anche per la costruzione del suo immaginario: l'Abisso, rappresentazione mistica dell'inferno dantesco (anche se il sensei ha confessato di non essersi ispirato all'opera di Alighieri), è un vortice di mistero, aberrazioni e scenari mozzafiato. L'autore ha scolpito minuziosamente ogni angolo del suo worldbuilding, regalandoci un design ambientale semplicemente mozzafiato, capace di dare il meglio di sé soprattutto nelle splash page che caratterizzano gli scenari. Allo stesso modo spicca il design delle creature che popolano l'abisso: un concept artistico che spazia dalle suggestioni tipiche del fantasy (vedrete mostri simili a draghi o basilischi) a ispirazioni tipicamente e palesemente lovecraftiane.

Se c'è, però, un elemento che non convince appieno del tratto di Tsukushi, è da ritrovarsi forse nella regia: soprattutto nei primi volumi, infatti, la messa in scena di Made in Abyss è poco ariosa, caratterizzata da una vignettatura estremamente serrata e poco cinematografica. Il tratto, che non fatichiamo a definire sontuoso e dettagliato, perde un po' di verve soprattutto nelle situazioni più concitate o negli scenari più ricchi, facendo in larga parte ridurre la leggibilità della messinscena.

La situazione, però, si evolve di volume in volume: il design si fa più chiaro col passare dei tankobon, l'azione diventa meno confusionaria, complice evidentemente una maggiore consapevolezza del proprio stile per il sensei. Si arriva, insomma, al settimo albo (l'ultimo pubblicato da J-POP, per adesso) col fiato sospeso per la narrativa avvincente e con lo sguardo decisamente appagato da un design che si è fatto molto più piacevole.