Monkey Punch: il creatore di Lupin III, il ladro che ci ha rubato il cuore

Ripercorriamo la figura di Monkey Punch, leggendario creatore del manga di Lupin III, e la sua eredità nella cultura pop.

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Quasi ce li vedo, tutti lì in fila: l'ispettore Zenigata coi lacrimoni, Fujiko addolorata, Goemon in religioso silenzio, a pregare per la sua anima, Jigen che tenta di nascondere il dolore sotto strati di barba e cappello, affogando la tristezza nel tabacco. Lupin, invece, è rivolto dall'altra parte, a guardare il tramonto, le mani in tasca e lo sguardo vuoto. È così che immaginerei come i protagonisti creati da Monkey Punch porterebbero il lutto per la morte del loro leggendario creatore, spirato qualche giorno fa all'età di 81 a causa di una polmonite. E sapete perché? Perché il sensei ha creato dei personaggi immortali, che rimarranno a lungo (forse per sempre) scolpiti nella memoria del pubblico. Perché Lupin III, prima ancora di essere una serie TV incredibilmente popolare da quasi cinquant'anni, è stato un manga di importanza maiuscola. E l'eredità che il maestro lascia dietro di sé è ancora più importante.

Le origini della scimmia

Lo pseudonimo Monkey Punch è talmente figo che quasi nessuno s'è mai chiesto quale fosse il vero nome dell'autore di Lupin III. Ebbene, si chiamava Kazuhiko Kato e nacque nel 1937 ad Hamanaka, una piccola cittadina situata nella prefettura di Hokkaido, in Giappone. Inizialmente il suo percorso professionale doveva essere ben diverso da quello artistico.

Il giovane Kazuhiko, infatti, intraprese una carriera da radiologo presso un ospedale a Kushiro, città portuale situata ad est della prefettura di Hokkaido. Eppure la passione per il disegno si manifestò sin dalla giovane età, quando alle scuole superiori disegnava strisce di manga, pubblicandole sul giornalino scolastico.

In età più adulta, terminati gli studi presso istituti tecnici, il direttore stesso del Kushiro Red Cross Ospital notò alcuni suoi schizzi e lo incoraggiò a intraprendere la carriera di fumettista. Ecco, signor direttore, non sappiamo quali fossero le doti mediche del sensei Kato. Ma, di fatto, qualunque parola lei abbia detto a Monkey Punch per convincerlo ad abbandonare il lavoro ospedaliero per gettarsi nel tumulto dell'industria fumettistica, ha dato vita a uno dei più grandi autori dell'era contemporanea. E quindi grazie infinite, signor direttore.

Torniamo al giovane Kazuhiko Kato, che tra le sue primissime esperienze creò alcuni dojinshi (cioè lavori amatoriali, quasi sempre fan-made) in un gruppo specializzato, un percorso che gli valse una prima pubblicazione su un magazine edito da Futabasha, per il quale disegnò una serie di yonkoma - termine giapponese per indicare strisce di fumetti, che il più delle volte sono essenzialmente di genere comico o umoristico.

Ma è nel 1965 che la sua carriera da mangaka inizia sul serio: sulla rivista Manga Story, Kato pubblicò un fumetto intitolato Playboy Nyumon (in inglese Playboy School, in italiano Come diventare un playboy). La pubblicazione avvenne con lo pseudonimo Eiji Gamuta, ma dopo qualche tempo il suo editor gli suggerì di utilizzare una firma particolare: Monkey Punch.

Ecco, qui occorre fare un secondo ringraziamento, stavolta all'editor del sensei: se le opere del maestro fossero state pubblicate sotto un nome "qualunque", probabilmente ci saremmo persi il 50% della personalità del mangaka. In ogni caso, all'inizio Kazuhiko Kato non apprezzava per niente quello pseudonimo. Forse lo trovava eccessivamente caricaturale, o persino cacofonico.
Sotto questo pseudonimo, il Nostro realizzò nel 1967 ben due serie manga per la rivista seinen Weekly Manga Action, edita Futabasha. Qui - ma in realtà già ai tempi di Playboy Byumon - si inizia a percepire la poetica che permea i temi principali proposti dall'autore non solo nella sua opera più famosa, ma anche in tutte le altre.

Infatti parliamo, innanzitutto, di Pinky Punky, la storia di uno scienziato pazzo pervertito. La seconda produzione, invece, la conosciamo tutti. Magari ne conosciamo il più celebre adattamento anime, che comunque senza l'esistenza del fumetto originale non sarebbe mai esistito.

Lupin III, la storia del ladro gentiluomo e della sua pittoresca banda composta da un pistolero, un samurai e una bugiarda, fu serializzato per due anni, diventando uno dei più grandi classici della cultura fumettistica orientale. Da quel momento in avanti, Kazuhiko Kato si tenne stretta la firma di Monkey Punch.

Un ladro gentiluomo

Parlare dell'importanza di Rupan Sansei sarebbe quasi superfluo: una prima serie manga, edita tra il 1967 e il 1972, il cui successo convinse Monkey Punch a realizzarne di successive, oltre che a creare opere trasversali, spin-off e derivate. L'influenza dell'opera giunta in occidente con il nome di Lupin III (o anche Lupin the 3rd) è mastodontica: oggi il franchise conta, all'attivo, cinque serie anime (di cui l'ultima, Ritorno alle origini, è culminata con un finale incredibile), sette lungometraggi di animazione, tre OVA e quasi una trentina di speciali televisivi trasmessi con una cadenza quasi annuale a partire dal 1989.

L'importanza e la bellezza delle produzioni animate è cosa nota, e lo è stata sin dall'inizio: non è un caso se un regista come Hayao Miyazaki diresse, nel 1979, uno dei film ancora oggi più belli e significativi di tutto il brand, ovvero Il castello di Cagliostro. Kato-sensei fu impegnato finanche nel campo dell'animazione: a un cospicuo numero di produzioni, tra cui spicca l'adattamento di Cinderella Boy, si aggiunse nel 1996 anche Lupin III: Dead or Alive.

Fa strano pensare che un'opera, nata dall'ispirazione per il vero Arsenio Lupin, il personaggio letterario creato dallo scrittore francese Maurice Leblanc, si sia impressa così tanto nell'immaginario popolare, forse addirittura più del classico a cui si ispirava: oggi come cinquant'anni fa, Arsenio Lupin III è un'icona pop grazie e soprattutto all'estro del suo autore e alla capacità delle serie animate di trasporne lo spirito, seppur ampliando a dismisura l'universo narrativo imbastito dal sensei.

La produzione di Monkey Punch, nei decenni successivi a quella di Lupin, è vastissima ed è andata ben oltre il ladro gentiluomo: basti pensare a Cinderella Boy o a Signorino, un'opera da cui già all'epoca traspariva il suo interesse per la cultura italiana, esplosa totalmente quando supervisionò Lupin III Millennium, un fumetto italiano ispirato al suo personaggio e creato dai Kappa Boys.

Eppure Lupin III non ha lasciato mai davvero la penna di Monkey Punch e rappresenta tutt'oggi il vero capolavoro dell'autore. L'opera in cui si riversava la sua ossessione per l'equivoco, per le avventure scanzonate e al tempo stesso profonde, per i contenuti maturi e incentrati sull'esercizio del sesso per raggiungere i propri scopi. Il tutto, ovviamente, calato in un'atmosfera da noir d'altri tempi, governato dal carisma di protagonisti diventati leggenda.

Monkey Punch è l'autore che ha creato un dualismo, quello tra Lupin e Zenigata, capace di imporsi negli annali della letteratura: un rapporto in cui eroe e cattivo si ribaltano costantemente, lasciandoci persino confusi su chi sia davvero il perno centrale del racconto. E se ancora oggi, nel 2019, siamo ancora così affezionati alla sigaretta di Jigen, alla katana di Goemon e alle forme sinuose di Fujiko, un motivo pur sempre ci sarà.

Lupin III Se c’è una cosa che l’eroe di Monkey Punch, con quel sorriso sornione e quel muso da scimmia, ci ha insegnato, è che persino la morte può essere un inganno. Non mi stupirei se, tra qualche giorno, la figura di Monkey Punch spuntasse all’improvviso come ha più volte fatto Lupin stesso, facendo ricredere persino chi l’aveva apparentemente visto morire. Sognare, in fondo, è gratis. E Kazuhiko Kato, disegnando un ladro donnaiolo e gentiluomo dalle giacche colorate, ci ha fatto sognare alla grande.