Naruto compie vent'anni: 10 momenti indimenticabili nel manga di Kishimoto

In occasione del ventennale di Naruto abbiamo deciso di ripercorrere 10 tra i migliori momenti nel manga cult di Masashi Kishimoto.

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L'epopea di Naruto è marchiata fuoco nei cuori di tutti gli appassionati dell'opera di Masashi Kishimoto: un manga, poi diventato un celebre anime, che definiamo senza remore tra i più importanti e influenti dell'ultimo ventennio. A tal proposito, in questi giorni si festeggiano proprio i 20 anni dalla prima pubblicazione di Naruto: era infatti il 20 settembre 1999 quando un allora giovane sensei Kishimoto diede inizio alla serializzazione di quello che sarebbe diventato il suo capolavoro. Per l'occasione abbiamo quindi deciso di celebrare le avventure del nostro ninja preferito citando i momenti più memorabili della sua avventura.

Qualche raccomandazione prima di iniziare. Siate buoni: abbiamo selezionato solo alcuni dei momenti più significativi di una storia stracolma di insegnamenti, tematiche e valori diversi. Includere ogni singolo momento sarebbe stato impossibile, giacché la sola selezione di questi dieci step ha richiesto uno sforzo non da poco. Torneremo a parlare di Naruto molto presto, approfondendo ulteriormente le altre mille sfaccettature di un racconto magnifico. Ma una cosa ve la promettiamo: tenetevi forte, perché sarà un'altalena di emozioni.

Egli è Naruto Uzumaki del Villaggio della Foglia!

A molti potrà sembrare scontato, ma la prima grande pietra miliare di Naruto risiede nelle pagine finali del capitolo 1. Il preludio del manga ci presentò una storia eclettica, per disegno e narrazione, un racconto in cui era ancora difficile inquadrare l'andamento della vicenda. Naruto sembrava una commedia bella e buona, a tratti persino slice of life (come dimostrarono anche i capitoli successivi), ma pur senza perdere la sua essenza puramente shonen.

Quando Mizuki rivela la sua natura, mettendo in pericolo Naruto e spingendo Iruka Umino a lanciarsi nella battaglia per proteggere il suo scapestrato allievo, abbiamo capito di che pasta fosse fatta l'opera di quello sconosciuto Masashi Kishimoto: un prezioso racconto di formazione incentrato sul valore delle emozioni. Quando vediamo il protagonista, in lacrime, dopo aver ascoltato le parole del suo sensei ("Egli non è più il demone volpe, egli è Naruto Uzumaki del Villaggio della Foglia!") capiamo quanto siano fondamentali tematiche come l'appartenenza e l'affermazione del proprio Io.

Quando sarò Hokage, le cambierò io le regole del tuo clan!

Naruto è un eroe non convenzionale, perlomeno per una buona metà della sua avventura. Sin dall'inizio, e quasi fino alla fine dell'opera, ci saranno sempre personaggi più forti ed esperti di lui. Parte delle sue prime battaglie sono vinte da altri: basti pensare allo scontro tra Kakashi e Zabuza, dietro le cui quinte si è consumato un duello mai finito tra il nostro e il micidiale Haku. Andando avanti, le fasi preliminari dell'Esame di Selezione dei Chunin rappresentano un racconto pienamente corale, in cui l'autore diede sapientemente spazio allo stratosferico cast dell'opera.

Ed è qui che compare Neji Hyuga, anti-eroe complesso, al punto che inizialmente viene connotato quasi come un villain. Le percosse contro sua cugina Hinata sono quasi più crudeli della tortura di Gaara nei confronti di Rock Lee, perché nei gesti del genin di Konoha non c'è semplice follia: c'è odio puro, un astio che spinge il giovane al limite del desiderio di uccidere.

Quando Naruto lo affronta nel primo incontro della terza prova Chunin assistiamo a un duello tra volontà incrollabili: il genio sprezzante contro l'inetto che non si arrende. La vittoria del piccolo Uzumaki, giunta con caparbietà e determinazione, è un momento altissimo per il percorso della forza portante del Kyubi: è il primo, vero riconoscimento che la platea porge al protagonista, che ha vissuto nell'emarginazione e nel disprezzo collettivo. E rappresenta, ancora una volta, un importante step nel prezioso processo di autoaffermazione compiuto dall'eroe.

Io non morirò fin quando non sarò diventato Hokage!

Quando Jiraiya, Tsunade e Shizune affrontano Orochimaru e Kabuto, sfociando nella titanica battaglia tra i tre ninja supremi, Naruto non è che una formica tra giganti. La forza dirompente del suo coraggio venne amplificata proprio da questo fattore: sprezzante della sua inesperienza, Uzumaki si frappose tra una Tsunade pietrificata dalla sua fobia del sangue e uno spietato Kabuto, intenzionato a dare il colpo di grazia alla nipote di Hashirama Senju.

Naruto, però, ha un obiettivo scolpito indelebilmente nel suo cuore: non intende morire finché non avrà coronato il suo sogno di diventare Hokage. Parole che suonano come un urlo prepotente, la determinazione di prendere a calci la vita stessa e piegare il destino alla propria volontà. Martoriato, dolorante e con un kunai a trafiggergli la mano, il futuro Settimo Hokage trova la forza di scagliare il suo primo Rasengan, la tecnica che Jiraiya ha provato ad insegnargli e che il Quarto Hokage perfezionò nell'arco di ben tre anni. Forse avremmo dovuto capire molto prima quanto in là si sarebbe spinto il potere del protagonista.

Sono tuo amico!

Il rocambolesco duello tra Naruto e Sasuke nella Valle dell'Epilogo fissa una serie di standard concettuali ed estetici che si ripeteranno ad oltranza nel corso dell'opera e delle sue numerose iterazioni: nell'anime, nei videogiochi, nel merchandising e così via. Il loro primo vero scontro, alla fine della "prima parte" del manga (corrispondente alla prima serie animata), ha un sapore del tutto diverso: è il coronamento di una rivalità aspra, un'esplosione sgargiante di sentimenti (rabbia, invidia, gelosia, speranza, amicizia), una battaglia tra due piccoli titani che - allora non lo sapevano - erano destinati a cambiare il mondo dei ninja in quella stessa vallata, solo tre anni più tardi.

Lo scontro tra il Rasengan Vermiglio e il Mille Falchi D'Onice generò una sfera di luce in cui, sospesi come in un limbo tra la vita e la morte, Naruto e Sasuke rivissero in pochi secondi i tratti salienti della loro infanzia: un'esistenza passata nella solitudine, anche se per motivi diversi. Emarginazione per uno, isolamento autoimposto per l'altro. Da una parte, la necessità di accerchiarsi di persone che mettessero insieme i pezzi del suo cuore in frantumi, dall'altra la volontà di rimanere solo piombando nell'oscurità, infrangendo volutamente i cocci di un cuore irrimediabilmente ferito. In mezzo, una domanda, semplice e diretta: "Perché? Perché fai tutto questo per me?". Ma è semplice: "Perché sono tuo amico".

Sarò io a proteggere entrambi!

Camminare costantemente alle spalle dei propri compagni, avvertendo su di sé tutto il peso della propria inferiorità, non è facile. Sakura ha vissuto un'infanzia nell'insicurezza, dall'innocenza di voler apparire graziosa nonostante un difetto fisico alla determinazione di partecipare alle battaglie più pericolose. Per tutta la prima parte dell'opera la kunoichi ha ricoperto un ruolo quasi marginale rispetto ai sue duoi fortissimi compagni di squadra, eppure l'unico membro femminile del Team 7 non si è mai arresa.

Consapevole di dover lavorare sodo (Sakura non ha dalla sua né il potere demoniaco di Naruto né i geni superlativi di Sasuke), ha convinto Tsunade a insegnarle tutti i segreti delle arti mediche e i rudimenti di una forza fisica eccezionale. La Sakura che ritroviamo due anni e mezzo dopo è una ragazza più forte, sicura dei propri mezzi e soprattutto caparbia. La stessa ragazza che, senza paura, decide di affrontare un membro dell'Organizzazione Alba, battendosi come una leonessa.

L'evoluzione di Sakura durante l'arco narrativo del salvataggio del Kazekage, culminata con il letale scontro con Sasori, rappresenta un apice importante per il personaggio, caduto purtroppo in una parabola discendente nelle saghe successive del manga. L'allieva del Quinto Hokage saprà svegliarsi dal torpore soltanto durante la Quarta Guerra Mondiale, quando il ritorno della Squadra 7 la sprona a lottare con tutte le proprie forze per combattere al fianco di Naruto e Sasuke. Il suo momento più alto resta comunque lo scontro con Sasori, in cui la furia e la forza dell'amore prendono il sopravvento sul suo stesso istinto di sopravvivenza.

Il tuo dio non è più Jashin... sono io

Shikamaru è un personaggio interessante sin dalle prime battute dell'opera. Adoperato quasi come spalla comica, così come tutta la Squadra 10, il suo ruolo va crescendo nel corso del racconto: la sua intelligenza si rivela cruciale ai fini dello sviluppo narrativo in più di un'occasione, dall'invasione dell'alleanza Sabbia-Suono alla pericolosa missione volta al salvataggio di Sasuke.

Il suo acume è essenziale nella risoluzione dell'enigma di Pain e nella strategia durante le fasi finali della guerra, ma al tempo stesso il suo buon cuore è capace di risollevare più di una volta l'animo del protagonista. La sua consacrazione arriva durante l'arco narrativo del duo immortale, quando la perfidia di Hidan mette fine ingiustamente alla vita del suo adorato maestro Asuma: una vita spezzata, destinata a sconvolgere quella dei suoi allievi e di una donna che lo aspettava a casa con una figlia in grembo.

Shikamaru fu capace di superare da solo il dolore, facendosi carico degli insegnamenti del suo sensei incarnando il valore più puro della vendetta. Il suo quoziente intellettivo e un sangue freddo senza pari gli hanno permesso di elaborare una tattica vincente contro la coppia invincibile di Alba, mettendo alle strette Kakuzu e spingendo il servitore del dio Jashin verso una trappola mortalmente eterna. Mentre Hidan, in mille pezzi, si dibatte a una decina di metri sottoterra, Shikamaru osserva il suo nemico con sguardo freddo, facendosi dio distruttore e vendicatore, ma salvifico e giusto. Il più giovane discendente del clan Nara spegne la sua ultima sigaretta, aveva promesso di fumare finché non avesse dato pace allo spirito di Asuma, e getta via la cicca in un ultimo gesto di commiato dal suo adorato insegnante.

La storia di Naruto Uzumaki... sì, suona bene

La morte di Jiraiya è ad oggi uno dei peggiori traumi che Masashi Kishimoto potesse riservarci. Anche l'eremita dei rospi era entrato in scena in punta di piedi, quasi come personaggio comico, acquistando spessore col trascorrere delle pagine. Guardone, pervertito, ma anche guerriero, maestro, insegnante di vita. Nelle prime fasi del manga l'Ero-sennin è una figura avvolta nel mistero, lasciando il lettore avido di conoscere perché mai un ninja supremo dovesse prendersi a carico uno shinobi scapestrato come Naruto.

Ma poi, col sopraggiungere dell'arco narrativo di Pain, la verità sulle origini di Jiraiya, sul suo legame con il Quarto Hokage. Con queste introspezioni Kishimoto svelò al pubblico una delle principali rivelazioni del manga: Naruto è figlio di Minato Namikaze, il Quarto Hokage, e il legame tra Jiraiya e il suo compianto allievo impone al ninja supremo di proteggere e seguire la crescita di Naruto come fosse suo figlio. Lo scontro finale tra Jiraiya e Pain è una lotta disperata, un'agonia necessaria, un addio straziante: attraverso il suo flusso di coscienza, capiamo la vita dolorosa che ha avuto l'allievo di Hiruzen Sarutobi, un'esistenza trascorsa nel senso di colpa derivato dal fallimento.

Incapacità di essere amato, di redimere il suo amico, di proteggere il suo maestro e di salvare la vita al proprio allievo. Il messaggio che lascia a Naruto prima di morire, un codice che solo Naruto avrebbe potuto comprendere, è un passaggio di testimone affinché il protagonista segua le orme del suo mentore, e al tempo stesso, riesca laddove l'eremita dei rospi ha fallito. Chissà quanto avrebbe sorriso, il buon Jiraiya, nel vedere che il suo pupillo ha rispettato ogni promessa, ha coronato il suo sogno, ha trionfato sulla vita, ha sconfitto il destino: ha scritto la sua storia, la storia di Naruto Uzumaki. Sì, suona bene.

Rassegnati all'idea che io mi rassegni!

Lo pensiamo un po' tutti: se Naruto fosse terminato con la saga di Pain, probabilmente oggi staremmo parlando di un capolavoro con la C maiuscola, una parabola perfetta, una cerchio chiuso magistralmente. Eppure ci saremmo preclusi tanti retroscena, cambiamenti ed evoluzioni. Col senno di poi, in fondo, è un bene che il percorso di Naruto sia continuato e che, anzi, l'apice della sua parabola abbia continuato ad ascendere.

Eppure lo scontro decisivo con il (falso) leader dell'Organizzazione Alba aveva tutto il sapore di un coronamento cristallino. L'eroe che torna dopo un addestramento, che si fa carico di tutto il dolore e che affronta a viso aperto il villain definitivo. E che villain: la figura di Pain è forse la più enigmatica e affascinante dell'opera di Kishimoto, un buono incattivito dal mondo, un superuomo capace di trascendere la vita stessa e di porre al lettore sofisticate ideologie sulla morte, sul conflitto, sulla politica e sul valore intrinseco del dolore.

L'iniziale superiorità schiacciante di Naruto, il passo falso, il sacrificio di Hinata, la furia del protagonista, il suo dialogo interiore con Minato, il colpo risolutivo. Quel Rasengan che porta con sé la voce assordante di un allievo che ha ereditato lo spirito del suo maestro, ripetendo una frase che Jiraiya ha plasmato sul suo discepolo come se avesse scorto quell'unico epilogo possibile nel suo futuro: "Rassegnati all'idea... che io mi rassegni!". In più, ci sarebbe da dire che la battaglia tra Naruto e Pain rappresenta uno step decisamente importante nell'epica del battle shonen. Ma a noi va bene essere romantici, per adesso.

Io ti amerò per sempre

Senza remore riteniamo che Itachi Uchiha sia il personaggio più riuscito di Naruto e, probabilmente, una delle figure più interessanti nella storia del fumetto. Scritto magistralmente, il personaggio viene dipinto come un villain atipico, freddo, crudele, senza apparenti motivazioni. Ha già raggiunto il suo apice, ha già compiuto una follia inspiegabile al solo apparente fine di sbloccare i suoi limiti. Il suo ruolo resta profondamente criptico fino alla seconda metà del manga, quando il primo e incredibile duello tra i due fratelli Uchiha termina con una vittoria che sa quasi di sconfitta. "Perdonami Sasuke, questa è l'ultima volta", mormora Itachi prima di esalare il suo ultimo, sofferente respiro, smorzato da una malattia che ha logorato il fortissimo ipnotista per lungo tempo.

Quando giunse la verità, quasi non potevamo credere a ciò che stavamo leggendo: una parabola distorta e controversa, quella di Itachi, che rese il fratello maggiore di Sasuke una figura profonda e di spessore quasi letterario. E quando credevamo che il suo percorso fosse finito, Itachi torna dall'aldilà per impartire un ultimo, importante insegnamento al suo fratellino: quell'ultimo addio, capace di scuotere così profondamente l'animo di Sasuke da permettergli di interrogarsi sulle sue reali volontà. "Ti amerò per sempre".

Non rompere, cretinetto

Sasuke è girato dall'altra parte, ma Naruto si accorge che un rivolo di lacrime gli cola lungo il viso. L'Uchiha è rimasto nuovamente spiazzato dalla manifestazione di affetto del suo ex migliore amico, al termine di un duello furioso e mortale in quella stessa Valle dell'Epilogo che fu teatro del loro primo vero confronto. Una lotta che li ha martoriati, lasciandoli entrambi privi di un braccio, ma in cui il protagonista ha ancora una volta la forza di esclamare i propri sentimenti, genuini e innocenti.

Ed è al termine di un profondo, toccante monologo interiore che Sasuke svela le emozioni che ha sempre provato. L'empatia che ha sviluppato nei confronti di quel bambino solo, esattamente come lui, ma che non potrebbe essere stato più diverso. La curiosità, l'affetto, l'ammirazione, l'invidia: guardare Naruto crescere ha provocato tutto questo in Sasuke Uchiha, incapace di trarre dal legame con il suo amico la stessa positività che ha reso il protagonista dell'opera così forte.

Ha chiuso ulteriormente il suo cuore, seppellendolo sotto mille strati di oscurità e odio. Ma è solo al termine di questa lunga ed emozionante confessione interiore che il giovane riesce a trovare la forza di ribattere al suo rivale, che lo apostrofa speranzoso in una risposta che possa rimettere insieme i pezzi di un rapporto che sembrava polverizzato. "Non rompere, cretinetto". Naruto sorride. È tutto a posto. Come quando erano piccoli, tra scaramucce e litigi. Solo che prima si rincorrevano a vicenda: Naruto alla luce del sole, Sasuke nell'ombra. Ora sorridono entrambi di fronte all'alba di un sole nascente. Che non è mai stato così caldo.