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Voglio mangiare il tuo pancreas: tre film struggenti che ve lo ricorderanno

In occasione dell'arrivo su Netflix del film Voglio mangiare il tuo pancreas, abbiamo scelto tre film strappalacrime in grado di commuovervi.

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Recentemente si è aggiunto alla libreria Netflix Voglio mangiare il tuo pancreas (recuperate la nostra recensione di Voglio mangiare il tuo pancreas), pellicola diretta da Shinichiro Ushijima, tratta dal romanzo di Yoru Sumino. Non vogliamo dilungarci sulla trama per non rivelarvi troppo, ma vi basti sapere che la pellicola si focalizza su un liceale che si sente lontano dal mondo che lo circonda e che non ha fiducia nelle persone che gli sono a fianco, essendo convinto che non abbiano alcun interesse per lui. Lo studente un giorno trova il diario della compagna di classe Sakura Yamauchi, che si scopre essere, in realtà, un resoconto della sua convivenza con una malattia terminale al pancreas: la sua vita è ormai prossima alla fine. Sakura è solare ed ottimista ed ha deciso di non dire niente agli amici, per non vivere gli ultimi attimi tra la loro commiserazione. Nel protagonista, Sakura ha trovato la persona ideale con cui trascorrere gli ultimi giorni in serenità, magari facendo quello che non ha ancora potuto fare.

Come abbiamo potuto constatare nel corso degli anni, l'arte nipponica riesce magistralmente a rappresentare la tristezza, con estrema delicatezza, senza essere mai troppo banale, e in grado di colpire dritta al cuore, anche con un pizzico di cattiveria: le immagini e le colonne sonore formano un'elegante poesia commovente che lascia spiazzato chiunque segua il racconto. Poco importa se nei film o nelle serie i momenti emozionati sono una costante per l'intera durata o se si concentrano solo alle battute finali: una volta arrivati ai titoli di coda si avranno comunque gli occhi lucidi per la commozione.

Eppure, prima del film che è da poco arrivato su Netflix, ci sono altri esempi di opere che lasciano allo spettatore un senso di vuoto quasi incolmabile. Siccome tra serie e pellicole i titoli sono troppi, per l'occasione, abbiamo selezionato solo tre film struggenti, che vi ricorderanno Voglio mangiare il tuo pancreas e che non dimenticherete tanto facilmente.

Your Name.

Se ci dovessimo soffermare solo sulla trama, Your Name. risulterebbe una commedia romantica con elementi soprannaturali: Mitsuha Miyamizu è una studentessa che vive con la nonna e la sorella minore nella piccola cittadina di campagna Itomori, ed è stanca della sua vita monotona, tanto che vorrebbe trasferirsi il prima possibile nella caotica Tokyo. Taki Tachibana è un liceale come tanti che è nato e cresciuto a Tokyo e che lavora part-time in un ristorante italiano.

Il loro destino è intrecciato da un indissolubile filo rosso: a volte capita che Mitsuha si risvegli nel corpo di Taki, e quest'ultimo nelle vesti della ragazza; ma al calare della sera, quando ritornano in se stessi, hanno solo dei fugaci ricordi di cosa abbiano vissuto, come frammenti di un sogno.

Quando Taki e Mitsuha si rendono conto di cosa sta accadendo, decidono di comunicare attraverso messaggi lasciati ovunque, dai post-it ai promemoria sul cellulare, per ricordare cosa hanno fatto, e spesso si scambiano consigli per affrontare i piccoli problemi quotidiani.

Continuando ad alternarsi e a condividere i propri ricordi, i due imparano a conoscersi e a sentirsi particolarmente legati: un legame che matura e che con il tempo smette di essere una semplice e singolare amicizia. Il racconto, però, stravolge le regole di una love story già di per sé originale, quando improvvisamente l'incantesimo si spezza ed i due non si scambiano più.

Mentre la prima parte è una costante alternanza di scene con i due protagonisti che vivono la vita dell'altro, con tonalità tipiche di una frizzante commedia, la seconda parte, lievemente più drammatica, si focalizza su Taki che è ossessionato dal desiderio di conoscere la persona che sente di amare. Quello che scopre lo colpirà profondamente, ma non si arrenderà, sebbene stia iniziando a dimenticare Mitsuha, dopo aver perso ogni tipo di rapporto con lei: sente solo una flebile forza che lo lega ad una persona particolare e che lo spinge a proseguire.

Tra le varie scene emozionanti che Your Name. offre, noi vorremmo soffermarci su una sequenza in particolare, in grado di smuovere gli spettatori in poche mosse: senza spingerci troppo in là con le spiegazioni, per non rovinare la sorpresa a chi non l'ha ancora visto, nel corso della visione si vive il rapporto tra i due protagonisti che poco alla volta cresce sempre di più, al punto da essere spinti dal desiderio di conoscersi a vicenda, finché ad un certo punto Taki e Mitsuha si incontrano, pochi minuti prima di sera.

Un incontro a lungo atteso e desiderato da entrambi. Per non dimenticarsi l'uno dell'altra, decidono di scrivere i propri nomi sulle mani: dopo che Taki ha scritto il suo sul palmo della mano di lei, Mitsuha fa altrettanto, ma senza preavviso scompare, lasciando solo un semplice segno sulla mano del compagno. Taki continua a ripetere il suo nome per non dimenticarlo, anche se è consapevole che prima o poi non ricorderà più niente. Rammenta solo di essere in quel luogo per incontrare una persona a lui cara, ma non sa più quale sia il suo nome.

E grida al vento, con le lacrime che gli rigano le guance: Qual è il tuo nome. Nel mentre i Radwimps (gruppo musicale che ha curato l'indimenticabile colonna sonora) intonano Sparkle. Il regista Makoto Shinkai, però, continua a giocare con i sentimenti dei due giovani innamorati ed anche di chi ha seguito le vicende fino a quel punto, perché solo dopo si scopre cosa Taki ha scritto sulla mano di Mitsuha: un semplice, ma potente Ti amo.

Quello di Your Name. è un amore forte, ma allo stesso tempo fugace, legato a doppio filo al ricordo di un semplice nome e proprio per questo suo essere sfuggevole e fragile riesce ad essere intenso e passionale, ma non privo di sofferenze.

La forma della voce

Per raccontare una storia struggente basta anche osservare il mondo che ci circonda, affrontando tematiche attuali: questo è ciò che è riuscita a fare la regista Naoko Yamada con il film La forma della voce, adattamento del manga A silent voice di Yoshitoki Oima.

Sin dai primi minuti, il lungometraggio mette in chiaro la direzione che vuole intraprendere: Shoya Ishida è un bambino turbolento, abbastanza popolare tra i suoi compagni di classe per i continui scherzi e per essere un piccolo ribelle, che non presta attenzione durante le lezioni. Un giorno arriva nella sua sezione una nuova studentessa: Shoko Nishimiya, una bambina affetta da sordità. Shoko trova difficoltà ad inserirsi e cerca di comunicare attraverso un quaderno, perché i nuovi compagni non conoscono la lingua dei segni; nonostante ciò, riesce comunque a trovare degli amici con cui trascorrere la giornata.

Tuttavia, a volte i bambini sanno essere crudeli nella loro ingenuità ed innocenza, non pensando alle conseguenze delle loro azioni: le studentesse con cui Shoko ha stretto di più amicizia la allontanano e la isolano perché stanche del suo comportamento, parlandole persino dietro. Inoltre, la protagonista è vittima di atti di bullismo da parte di Shoya, il quale non solo le getta il quaderno nella fontana della scuola o le ruba l'apparecchio acustico, ma cerca anche di non avere alcun rapporto con lei perché "strana". In fondo, Shoko cerca solo di essere amica dei compagni della nuova classe.

I continui atti di bullismo psicologico e fisico, che culminano quando il giovane strappa con violenza l'apparecchio direttamente dall'orecchio, facendolo sanguinare, comportano due conseguenze, che segnano il destino ed il futuro di Shoko e Shoya: mentre la prima viene ritirata dalla scuola dalla madre, il secondo viene incolpato di tutto ciò che è accaduto, anche se gli altri amici non sono meno colpevoli.

Al liceo si diffonde la voce che il ragazzo fosse un bullo, ed ora Shoya si sente solo, anche se circondato da molte persone, convinto che gli altri parlino male di lui. Questa situazione lo porta ad uno stato di depressione, che lo spinge a tentare almeno una volta il suicidio.

Eppure, nel corso degli anni che sono trascorsi, il giovane è cambiato: isolato da tutti, non riesce a guardare più le persone dritto negli occhi, e, forse ricercando una sorta di redenzione per le sue azioni, decide di imparare il linguaggio dei segni. Un giorno, ritrova Shoko: inizia così un lento percorso che porterà i due ad avvicinarsi come non avevano mai fatto prima, a cambiare a vicenda, e a cercare di mettere da parte un passato non proprio gioioso.

È difficile riuscire a trovare singoli momenti tristi, che smuovano l'animo, perché La forma della voce è pervaso da una costante malinconia che lascia con un forte senso di dispiacere e compassione per i due protagonisti che cercano e meritano di avvicinarsi, perché a tutti è concessa una possibilità per essere una persona differente e migliore.

Ad esempio, Shoya che vede le persone che lo circondano e che non conosce o che non considera più amici con il volto coperto da una croce, come a rimarcare il suo forte senso di solitudine; oppure, i momenti trascorsi con Shoko che dovrebbero essere carichi di gioia, ma che invece sono colmi di imbarazzo, rammarico ed anche un po' di rabbia per quanto accaduto.

La tomba delle lucciole

È difficile vivere la guerra e le sue crudeltà, e lo sapeva bene anche Isao Takahata, il quale nel 1945, quando aveva solo 9 anni, sopravvisse assieme alla famiglia al raid aereo della prefettura di Okayama. Solo anni dopo, Takahata riuscì a esternare tutto ciò che ha provato in quel periodo con il film La tomba delle lucciole, adattamento del racconto semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka.

Nel 1945, gli Americani bombardano con bombe incendiarie la città di Kobe. Seguendo il consiglio della madre, Seita e la sorellina Setsuko si dirigono al rifugio più vicino. Al termine dei bombardamenti, Seita scopre che la madre è morta a causa delle gravi ferite riportate, ma decide di non rivelare niente alla sorella. Siccome il padre è in guerra con la marina imperiale giapponese, l'unico parente che i due fratelli hanno è una zia.

Questa in un primo momento li ospita con calore, convinta che sarebbero ritornati presto a casa, ma in seguito, quando le conseguenze degli scontri iniziano a gravare sull'intero paese, li tratta con indifferenza, rifiutandosi persino di nutrirli, convinta che i due dovrebbero aiutare la nazione in qualche modo per meritarsi il cibo.

Seita capisce di non essere ben gradito in una famiglia in cui a stento si riescono a sfamare tutte le bocche, e decide, dunque, di andare a vivere con la sorella in una caverna. Seita e Setsuko sopravvivono ogni giorno con i pochi risparmi messi da parte della madre e con quel poco che riescono a trovare in giro.

È palese come Isao Takahata, con La tomba delle lucciole, abbia cercato di mostrare quanto la guerra possa essere crudele, senza mezzi termini, anche per due giovani sventurati, ormai orfani. Inoltre, pone la questione morale su ciò che sia giusto fare in momenti di crisi: infatti, Seita e Setsuko sono costretti a separarsi dal kimono della madre, unico ricordo che avevano di lei, per una razione di riso o persino a rubare del cibo.

I due sono soli ed oltre a lottare per se stessi ogni giorno, si divertono veramente con poco, come riuscire a catturare una manciata di lucciole che possano illuminare la tetra caverna, pur di non pensare ai genitori, alla distruzione e alla morte che li circonda.

La tomba delle lucciole è intriso di una persistente amarezza e di malessere, che si percepiscono sin dai minuti iniziali: al termine della guerra, si vede un Seita denutrito in una stazione di Kobe che esala l'ultimo respiro per gli stenti, sotto gli sguardi indifferenti e disgustati dei passanti. Un addetto alle pulizie nota una piccola scatola di latta di caramelle vicino al cadavere, e lo getta con noncuranza in un campo: dalla confezione escono dei frammenti di ossa.

Uno sciame di lucciole illumina il campo erboso, Setsuko raccoglie il barattolo e si allontana mano nella mano con suo fratello. Bastano pochi attimi per capire che Seita e Setsuko, i due protagonisti, non sono sopravvissuti agli orrori della guerra. Lo spettatore continua la visione per scoprire cosa sia successo, con la consapevolezza che i fratelli siano ormai passati a miglior vita e non può fare a meno di pensare che se le cose fossero andate diversamente, se la madre non fosse morta o se la zia non li avesse abbandonati, sarebbero ancora vivi.

Con un cattiveria ben ponderata, che colpisce dritto al cuore e alla mente, Isao Takahata riporta lo spettatore con i piedi per terra mostrando i fantasmi di Seita e Setsuko che ripercorrono silenti i loro passi, ricordando in questo modo che i protagonisti a cui ci si affeziona, per il rapporto che li lega e per ciò che hanno vissuto, sono in realtà morti.