Perché (quasi) tutti i film di Dragon Ball Z non sono canonici

Perché (quasi) tutti i film di Dragon Ball Z non sono canonici
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Quando pensiamo all'eredità di Dragon Ball, e in particolare alle rivoluzioni a cui la sua seconda serie animata (cioè Z) ha destinato il panorama degli shōnen d'azione, difficilmente concentriamo l'attenzione sui lungometraggi del franchise. Eppure i film della saga hanno esercitato un'influenza nevralgica sul futuro degli anime-action al cinema.

Come abbiamo visto nel nostro approfondimento sui film canonici di Dragon Ball, le strategie con cui sono state realizzate le trasposizioni cinematografiche del franchise nato dalla matita di Akira Toriyama, hanno svolto la funzione di paradigma, codificando formule talmente efficaci (in un'ottica sia linguistica che puramente commerciale) da spingere tutte le versioni filmiche degli shōnen che ne sarebbero seguiti ad ispirarsi a quegli stilemi. In questo senso è stata propria la natura cross-mediale, cioè di sovrapposizione discontinua tra storie di natura produttiva differente (cinematografica, fumettistica, televisiva o videoludica) private di una reciproca continuità narrativa, a codificare per il franchise la via appena delineata: come se le varie produzioni a tema Dragon Ball vivessero in universi separati e a sé stanti.

È da questa prospettiva che va riletta l'ostinazione con cui buona parte degli adattamenti cinematografici dei manga shōnen hanno rifiutato, soprattutto a cavallo tra i due Millenni, di iscriversi nel canone dei loro rispettivi orizzonti di partenza. Lo abbiamo visto di recente con i film che possiamo considerare canonici di Naruto, tanto che solamente le ultime due pellicole del franchise (quindi quelle più recenti e realizzate in prossimità dell'uscita di Boruto) entrano in continuità narrativa con gli intrecci del manga originale: un discorso che vale sia per le opere cinematografiche di Bleach, sia per quelle di One Piece, le quali solamente negli ultimi anni, in linea (guarda caso) con le innovazioni di Dragon Ball, hanno iniziato ad aprirsi alle logiche della transmedialità. Decretando così l'iscrizione nel canone da parte dei prodotti filmici, proprio perché portano gli intrecci ad entrare in relazione con le storie prodotte negli altri ambiti mediali (quindi manga e anime televisivo).

Se spostiamo lo sguardo a Dragon Ball Z, e ai film a cui la serie ha dato vita, notiamo come i lungometraggi delineino proprio questo percorso dalla cross-medialità (quindi dall'assenza di continuità narrativa tra la storia canonica e le pellicole) ai linguaggi transmediali. Ma prima che opere come La battaglia degli dei (2013) o La resurrezione di F (2015) sublimassero questa transizione, è possibile notare nei lungometraggi precedenti delle soluzioni interessanti, soprattutto per come hanno alluso agli sviluppi futuri sia degli anime shōnen al cinema, sia per quanto riguarda il franchise creato da Toriyama.

Ad esempio la prima trasposizione cinematografica di Z (e la quarta dell'intera saga) gode di un posizionamento abbastanza singolare, perché funge da antipasto per la seconda serie animata, oltre ad anticiparne alcuni eventi. Tanto che la presenza di Garlic Jr. in una decina di episodi filler di Z ha messo in relazione un'opera così eminentemente collaterale come La vendetta divina (1989) con il filone “principale” della storia. Una soluzione che ha presagito anche alle innovazioni transmediali di cui è stato oggetto, in tempi recenti, il personaggio di Broly, prima inserito in ben tre lungometraggi periferici e autoconclusivi, per poi assurgere in Dragon Ball Super: Broly (2018) al ruolo di icona canonica e ipermediale, capace di caricarsi di significati altamente simbolici ogni qualvolta attraversa un orizzonte produttivo differente (ora è presente anche nel manga di Super) prefigurandosi così come una delle figure da cui passeranno gli intrecci futuri del canone di Dragon Ball.

FONTE: cbr

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