Perché i time-skip sono utilizzati così sistematicamente nei manga shōnen?

Perché i time-skip sono utilizzati così sistematicamente nei manga shōnen?
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I manga sono un prodotto industriale: e in quanto tale fanno uso di una serie di linguaggi e tropi storicamente codificati, al fine sia di restituire coesione e continuità tra le varie opere, sia per rendere credibili alcuni sviluppi agli occhi di lettori ampiamente assuefatti a tali strategie. Come accade per i time-skip nel caso degli shōnen.

Naturalmente la soluzione del “salto temporale” non è stata coniata dall'industria dei manga né da altre opere novecentesche: è un archetipo, un tropo così connaturato alle strutture del narrare che attraversa ogni spazio o contesto storico-produttivo, per acquisire sempre più vigore tutte le volte che viene ripetuto in una particolare narrazione. Ma ciò che nell'immaginario collettivo porta i lettori/spettatori a ricondurre tale strategia alle operazioni narrative dei manga, e in particolare di quelli shōnen (specificamente di natura “battle” e a trazione action) risiede nell'implementazione sistematica di questa soluzione da parte dei mangaka, i quali la declinano in termini tanto eterogenei quanto omologati. Ed è proprio in questa reiterazione forzata del salto temporale che ritroviamo la ricetta stessa del suo successo.

Come abbiamo visto nell'articolo in cui ripercorriamo tutti i time-skip di Dragon Ball in ordine cronologico, il salto temporale si apre nell'opera di Akira Toriyama non solo ad una funzione connettiva, cioè di raccordo tra scenari ed eventi interni alla narrazione o al singolo arco, ma assume una valenza sia semantica che simbolica, soprattutto per quel che concerne il potenziale “narrativo” dello scorrere del tempo. Qui il passaggio tra eventi cronologicamente distanti, tra cui intercorrono mesi se non addirittura anni, funge sì da strumento cesorio, ma soprattutto da veicolo per le evoluzioni (umane, fisiche) dei personaggi. In questo senso, non c'è modo migliore per mostrare il cambiamento o la maturazione di un eroe del salto nel tempo, proprio perché anticipa degli sviluppi di cui non si conoscono ancora gli esiti, ma sul cui avvenimento nessun lettore pone dei dubbi.

Pensiamo, ad esempio, alle strategie utilizzate da uno degli autori apicali del battle shōnen odierno: Masashi Kishimoto. Se paragoniamo il time-skip avvenuto in Boruto Two Blue Vortex con quello di Naruto, notiamo come in entrambi i casi – anche se nel sequel, per motivi differenti, ne sono state estremizzate le conseguenze – i rispettivi protagonisti si presentino in seguito al salto temporale non solo “evoluti” da un punto di vista fisico/biologico, ma soprattutto “maturati” come persone, e quindi ninja. La loro natura di shinobi, ancora prima che venga rivelata nella narrazione, già appare agli occhi del lettore come incontrovertibilmente trasmutata, proprio perché la declinazione simbolica a cui è stato sistematicamente sottoposto il salto temporale nei manga, ha convinto chi legge di questa valenza metaforica del time-skip, al punto che lo scorrere del tempo è ciò che giustifica l'autore sia a dotare il suo eroe di un campionario di mosse innovativo e senza precedenti, sia ad innervare il racconto in cui è immerso di canoni e codici differenti, deputati anche a separare la narrazione corrente dalle logiche su cui si fondava il segmento che l'ha preceduta.

Non è un caso, allora, che negli ultimi tempi Ikemoto abbia definito Boruto Two Blue Vortex l'inizio di una nuova era per il manga, proprio perché il salto temporale, oltre a permettere agli autori di shōnen di determinare un potenziamento collettivo dei personaggi, gode di una funzione anche linguistica. Se Dragon Ball o Jojo hanno rimodulato tutti i codici (estetici, narrativi, formali) attraverso le grammatiche del salto temporale, così come One Piece ha presentato una deriva progressivamente più ipercinetica post-Marineford, tutto questo lo riconduciamo alle valenze simboliche di cui si caricano le transizioni temporali nell'industria dei manga.

Addirittura un'opera come Vinland Saga – come segnalato dai due antagonisti Askeladd e Canute, inseriti rispettivamente nei tre villain deplorevoli degli anime che non possiamo smettere di amare e nei villain degli anime moderni che ci hanno stregato per la loro originalità – ha utilizzato il time-skip non solo come argine narrativo tra due archi, ma come strumento per mutare l'orizzonte produttivo in cui si muove l'opera, approdata nella saga della Fattoria sulle pagine di una rivista seinen, laddove i precedenti capitoli erano stati pubblicati su un settimanale shōnen.

FONTE: cbr

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